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Uploaded 28 May 2012 — 4 favorites
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© vincenzo bruno
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  • vincenzo bruno

    vincenzo bruno said (17 Jun 2012):

    Si tratta di uno scatto, di un semplice attimo di ripresa fotografica. Eppure il “click” della macchina è soltanto il culmine di un lavoro di preparazione alla realizzazione dell'immagine vera e propria. C'è da scegliere la scena, da selezione l'apertura e il punto di vista dell'inquadratura, controllare luci e colori, aspettare il posizionamento dei soggetti in movimento e ancora tanti piccoli passaggi - alcuni calcolati, altri istintivi - prima di premere il bottoncino posto nella parte superiore (generalmente a destra) della fotocamera.

    Questa fotografia condensa in maniera molto chiara molti dei passaggi che precedono il “click”.

    Non vi saprei dire, da quello che vedo, se l'autore di questa foto abbia effettivamente fotografato un attimo di vita reale o abbia costruito l'immagine “a tavolino”. (Il dubbio mi viene dalla posizione delle gambe della ragazza con occhiali da sole al centro dell'immagine: sembra che, al contrario delle altre, non stia camminando, ma stia fissa in una posizione innaturale).

    Ma in questa immagine è tutto così bilanciato che potrebbe essere sia completamente costruita sia un attimo di vita reale; tuttavia, la cosa non è importante. Perchè sia in un caso che nell'altro il senso dell'immagine appare molto chiaro. Anzi. il dubbio, sul fatto che il telone dipinto sullo sfondo sia una scenografia applicata ad hoc oppure un dipinto realmente presente su un muro di una determinata città, incrementa l'effetto generale. Credo che si possa essere certi (dalla luce e dalle ombre visibili), però, che si tratta di un esterno.

    Ma veniamo a quanto descritto.

    C'è un sottile gioco di rimandi tra la parte dipinta sullo sfondo e il passeggio
    delle persone reali fotografate in primo piano.

    L'immagine può essere scomposta in tre diversi piani:

    1) il primo piano con persone reali a passeggio;
    2) il secondo piano con persone dipinte a passeggio;
    3) il fondo del dipinto con alberi stilizzati.

    Il primo piano è quello che rende l'immagine un fatto reale (un giorno è accaduto che un artista abbia dipinto un telone e lo abbia posto sullo sfondo di una zona di passaggio di molte persone).

    Il secondo piano consente di aumentare la percezione del numero di persone presenti, che, da semplici gruppetti sparsi di passanti, divengono una fila (folla) continua di individui. I volti dipinti non sono caratterizzati, lo sono solo i loro corpi e i loro vestiti, dunque è la “quantità” e la “diversità” che conta non le loro specifiche caratteristiche.

    Il fondale con alberi è in grado di traslare una porzione di realtà – probabilmente un muro di città che, senza il dipinto, apparirebbe anonimo – su un piano fantastico. Si tratta di sole linee di contorno e di soli due alberi, tuttavia sufficienti a richiamare la “presenza” della natura.

    Quantità e diversità delle persone suggeriscono che anche la scena dipinta rappresenti una porzione di città e non, ad esempio, di campagna (dove gli individui ed il loro passeggio sono molto più radi). Sicchè anche gli alberi si riferirebbero ad un ambito cittadino.

    Non credo sia necessario spiegare perché un artista abbia scelto di dipingere alberi lì dove vi è soltanto un muro. Ognuno può trovarne una motivazione sulla base delle proprie esperienze (cittadine).

    PS. Mi sembra questa l'occasione giusta per introdurre un'altro pathosformel.

    Con questo termine - ricordiamolo - coniato da Aby Warburg nei primi anni del Novecento, si intendono alcune immagini archetipiche che ritornano in contesti differenti attraverso i secoli della storia dell'arte. Si tratta di fermi-immagini che, con la ripetitività del canone a cui fanno involontariamente riferimento, condensano la rappresentazione di un determinato gesto o sentimento.

    "L'uomo che cammina", o più precisamente "l'uomo che compie un passo", costituisce l'archetipo della rappresentazione del movimento della figura umana all'interno dello spazio. Nella scultura egiziana e in quella arcaica greca, la rappresentazione del "passo" costuì la conquista del movimento nell'ambito della espressione artistica (sia in scultura che in pittura); segnò una grande innovazione rispetto alla rappresentazione ieratica e statica delle figure umane in precedenza.

    Nel corso dei secoli la rappresentazione del "passo" in ambito artistico ha costituito un archetipo sempre presente. Anche le avanguardie della prima metà del Novecento, pur riducendo all'essenza la figurazione umana, non hanno potuto rinunciare alla sua rappresentazione. Si pensi alle esili sculture umane di Giacometti, e a "Forme uniche della continuità dello spazio" di Boccioni. La figura umana si sfalda, perde di consistenza, ma resta il "passo" a rappresentare per convenzione, più di ogni altra cosa, la tensione del corpo in avanti.

    Con la scoperta della fotografia, si scoprì anche che il corpo umano, bloccato nell'azione di camminare, si presentava molto diverso rispetto a quanto veniva rappresentato ricorrendo all'archetipo. Tuttavia il "passo" è rimasto il simbolo per eccellenza dell'azione umana.

    Nella nostra immagine tutte le persone immortalate dallo scatto sembrano essere state bloccate nell'azione reale di camminare; con la sola eccezione però della donna con gli occhiali scuri già citata, che sembra invece bloccata nel simbolico gesto del "passo".

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